Pagina:Satire (Giovenale).djvu/120

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8 satire

Mostrò; tutti dell’uomo i fatti e i voti,
Ira, tema, piacer, gaudi ed errori,
Saran di questo libro il guazzabuglio.
E quando mai di vizi maggior ridda?
Quando avarizia più bramosa gola
Aperse? o il giuoco diè maggior faccenda
Agli animi romani? Al tavoliere
Or non si va più colla borsa; è d’uopo
Portar la cassa. Ve’ che furibonde
Battaglie, dove armigero è il ministro
Che paga! E non è peggio che follìa
Gettar mille sesterzi, ed al tremante
Servo non far la pattuita veste ?
    Chi tante ville eresse; o qual degli avi
Sette portate si pappava a pranzo
Da solo a solo? Oggi una magra sportola1
Sta nella prima soglia, ove alla busca
Trotta la turba in toga. Anco ti squadra
Prima la mutria il Sere; ed ha paura
Che venghi di sottecche, e un nome finto
Dato ti sia: ben ravvisato, avrai.

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  1. [p. 129 modifica]Sportola diminutivo di Sporta fu dapprima un piccolo canestro con dentro cose da mangiare, che i signori facevano in certe occasioni distribuire ai loro clienti, invece di ritenerli a pranzo, come usavasi più anticamente. Poi significò qualunque altra distribuzione, anche di danaro. L’uso di queste sportole era comunissimo in Roma, anche nei più bei tempi della repubblica: e dalle ricche famiglie si distribuivano con grande generosità; e nessuno credevasi umiliato a farsi vedere innanzi alle porte dei grandi dove si davano; e molti ci arricchirono sopra, come si dice anche di Cicerone. Qui Giovenale riprende e la tirchierìa dei signori nel dare sì meschine sportole, e la viltà dei Romani che andavano a prenderle. Nel medio evo si chiamò sportola l’onorario dovuto al Giudice per la data sentenza.