Pagina:Satire (Giovenale).djvu/129

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alla satira prima 17

16 cosi di seguito. Era uso di pranzare tra la nona e la decima ora, cioè fra le tre e le quattro pomeridiane, secondo il nostro modo di contare; e si riguardava come una scandalosa intemperanza mettersi a tavola prima.

17 Pare che alluda ad un aneddoto della vita di Mecenate. Questi visitava spesso la moglie di un tal Sulpicio Galba, il quale, per render più liberi i loro convegni, alla fine di tavola facea le viste di addormentarsi. Un giorno che un suo schiavo volle approfittare di quest’occasione per assaggiare del vin di Falerno, Galba gli disse: ehi, ragazzo, io non dormo per tutti. — Cicerone attribuisce questo motto ad un certo Capio.

18 Per una legge di Domiziano non potendo le adultere ereditare dai ganzi, questi per eluderla lasciavano ai mariti.

19 Via molto frequentata.

20 Questa parola è comunissima a Pistoia per accennare persona nota e di qualche conto, che non si vuol nominare; e qui risponde a capello all’ipse di Giovenale. — Del resto ho seguito la maggior parte degl’interpreti, che in questi versi vedono adombrati i bestiali amori di Nerone con Sporo, checchè dicano in contrario il Madvigio e il Kemfio.

21 Vino molto in credito presso i Romani.

22 Famosa manipolatrice di veleni. Essa preparò il fungo, col quale Agrippina avvelenò Claudio; e a lei ricorse Nerone, quando volle toglier di mezzo Britannico.

23 Quanto è più nobile la musa di Giovenale che quella di Orazio; il quale dice che fu spinto a scriver versi dalla povertà: paupertas impulit audax ut versus facerem. Epist. 2. lib. II. v. 51.

24 Sportola diminutivo di Sporta fu dapprima un piccolo canestro con dentro cose da mangiare, che i signori facevano in certe occasioni distribuire ai loro clienti, invece di ritenerli a pranzo, come usavasi più anticamente. Poi significò qualunque altra distribuzione, anche di danaro. L’uso di queste sportole era comunissimo in Roma, anche nei più bei tempi della repubblica: e dalle ricche famiglie si distribuivano con grande generosità; e nessuno credevasi umiliato a farsi vedere innanzi alle porte dei grandi dove si davano; e molti ci arricchirono sopra, come si dice anche di Cicerone. Qui Giovenale riprende e la tirchierìa dei signori nel dare sì meschine sportole, e la viltà dei Romani che andavano a prenderle. Nel medio evo si chiamò sportola l’onorario dovuto al Giudice per la data sentenza.