Pagina:Satire (Giovenale).djvu/161

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di giovenale 49

D’un cliente la perdita. Non serve
Illudersi: alla fin che gran servizio,
O qual merito è mai d’un pover’uomo,
Se innanzi giorno infilasi la toga,
E mena un po’ le gambe? Anco il Pretore,
Appena crede sveglie Albina e Modia,
Vedove senza eredi, «animo, trotta»,
Grida inquieto al littor, perchè il collega
A dar loro il buon dì non lo prevenga.1
   Qui dei patrizi il figlio a un ricco schiavo
Vedi dar la diritta, perch’ei spende
Quanto ha di paga un militar tribuno,
Per mugolare una o due volte in braccio
Di Calvina o Caziena:2 e tu se devi
Chiamar giù dal balcon Chione baldracca,
Quando in fiocchi ti va tanto a fagiuolo,
«Il sì e il no nel capo ti tenzona.3
   Cita in Roma, se vuoi, per testimone
Un uomo integro al par di lui, che diede
Ricetto al Nume Idèo;4 si faccia innanzi
Anche Numa, o quell’altro, che, di mezzo

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  1. [p. 178 modifica]Tutti i clienti e cattatori di eredità facevano a gara per essere i primi a salutare i loro patroni, appena che si svegliavano; e li stessi magistrati non rifuggivano da questa servilità.
  2. [p. 178 modifica]Due cortigiane, che si tenevano molto su.
  3. [p. 178 modifica]Le sgualdrine dei bordelli si mettevano in fiocchi, e stavano in mostra dinanzi alla porta, sedute sopra un’alta sedia, per accivettare meglio i passanti.
  4. [p. 178 modifica]Scipione Nasica, che per la sua integrità fu scelto dal senato a tenere in casa sua la Dea Cibele, portata da Pessi-[p. 179 modifica]nunto sotto la forma di una pietra bruta, finchè non le si fosse fabbricato un tempio.