Pagina:Satire (Orazio).djvu/6

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E salvo mi ridoni alla mia gente.110
Ah non la moglie e non il figlio brama
Che tu risani. A tutti in odio sei
Conoscenti e vicin, servi e fantesche.
Che maraviglia, se qualor posponi
115Ogni cosa al danar, nessuno in petto
Nutre per te quel che non merti, amore?
Se i parenti che a te Natura diede,
Senz’opra alcuna vuoi serbarti amici,
Tu sciagurato il tempo getti invano
120Qual chi insegnasse a un asinello in campo
Ir di galoppo, ed ubbidire al freno.
Se non altro abbia fin la tua ingordigia,
E quanto hai più, tanto minor paura
Ti faccia povertà; quando se’ giunto
125A posseder quanto bramasti, allora
Almen ti metti in calma, e non far come
Un certo Uvidio (la novella è breve).
Ei ricco sì che misurar potea
Danari a staja, era sì sconcio e lordo,
130Ch’iva peggio vestito d’uno schiavo,
Sempre temendo di morir di fame.
Una sua serva, nuova Clitennestra,
Con un’accetta lo segò per mezzo!