Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/165

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qualche scappata sulle belle arti 109

    Traggonsi già dai vertici dell’Ida
    Gli alberi svelti, e coi robusti tronchi
    Alzasi mole, cui si dà figura
    10Di superbo destrier; nell’ampio ventre
    S’apre l’ingresso, e dentro il buio speco
    Gli accampati guerrier sono introdotti.
    Ivi s’appiatta la virtù sdegnata
    Di così lunga guerra, ed i compagni
    15Del pesante caval turano i fori,
    Mentre la mole, ove si celan gli altri,
    Gridan esser de’ Greci un voto ai Dii.
    Oh patria mia! noi credevam che lungi
    Le mille navi andassero respinte,
    20E che di guerra il suol libero fosse,
    E le parole sulla bestia incise
    Ne accrescean la credenza, e l’accrescea
    Sinon, che la fatal frode compose,
    E il suo mentir sì in danno altrui potente.
25Libera e senza guerra incontro al voto
    Sino alle porte già la turba affretta:
    Già s’innondan di lagrime le guance.
    Ed il piacer degli abbattuti spirti
    Versa quel pianto, che il timor versava.
    30Già, disciolti i capei, Laocoonte
    Di Nettun sacerdote, in mezzo al vulgo
    Eccita gridi clamorosi, e tosto
    Vibrando l’asce del caval sul ventre
    Lo striscia appena, che il destino a lui
    35Rallentò il pugno, e ritrocesse il colpo,
    E aggiunse fede al non temuto inganno.
    Pur di nuovo innalzò la debil mano,
    E ne’ fianchi il colpì colla bipenne.
    La chiusa dentro gioventù fremea,
    40Ma il suo bisbiglio ed il timore altrui
    Natural soffio del cavallo parve.
    L’inceppato drappel s’innoltra intanto,