Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/198

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142 capitolo ventesimoquinto

afflizione, e guastarsi i polmoni con gemiti che a nulla giovavano: tale essere il comune destino, e il domicilio comune; e dirle insomma tutto ciò che vale a restituire la calma negli animi esacerbati. Ma ella offesa da questo inaspettato conforto tornò a graffiarsi il petto con maggiore trasporto ed a spargere le strappatesi chiome sul disteso cadavere.

Non ristette perciò il soldato; ma con egual premura tentò di somministrare alcun cibo alla poverina, fino a che la damigella, allettata senz’altro dall’odor grato del vino, fu la prima che persuasa tese la mano al pietoso sollecitatore, e di poi, rifocillata della bevanda e del vitto, cominciò a combattere l’ostinazione della sua padrona, e così le disse: che ti avrà giovato questo lutto, se poi resterai morta di fame? se qui viva rimarrai sepolta? se l’anima renderai non ancora chiamata, e pria che il destino l’esiga.


. . . Una gran cura certo
Han di ciò l’ombre, e il cener de’ sepolti!115


Vuoi tu contra il volere del fato risuscitare un estinto? nè vuoi, finchè ti lice, abbandonando la femminile ignoranza, godere del piacer della vita? a ciò deve pure esortarti questo stesso cadavere.

Come non havvi alcuno che di mala voglia ubbidisca, quando si tratti di prender cibo, e di vivere; così la donna indebolita per sì lunga astinenza, piegossi a vincere la sua caparbietà, e il ventre si ristorò non meno avidamente della sua damigella, che prima ne diè l’esempio. Ora voi ben sapete quali stimoli sogliono sopravvenire quand’uno è ben pasciuto. Con questa gentilezza medesima che il soldato avea messo in opera, onde madonna vivesse, con quella si fece ad assaltare la di lei pudicizia. Nè già parve alla buona donna che il giovine fosse nè brutto nè zotico; tanto