Pagina:Satire di Tito Petronio Arbitro.djvu/90

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34 capitolo quinto

mera. Il Garzoncello veramente non rifiutò, e neppur la fanciulla ebbe molto spavento al nome delle nozze. Allor dunque che chiusi in camera insiem giaceano, noi ci sedemmo sull’uscio, e fu Quartilla la prima, che avvicinò il curioso occhio ad una fessura maliziosamente dispostavi, ed osservò con lasciva attenzione quei puerili trastulli. Me pur dolcemente ella trasse a quello spettacolo, e perchè i volti nostri allor si toccavano, ella ogni volta, che dal guardar si traea, porgea di traverso le labbra, e quasi furtivamente andavami ribaciando.

Ma sì infastidito era io della frega di Quartilla, che pensai alla via di sottrarmene, e comunicai il mio pensiero ad Ascilto, cui molto piacque, desiderando egli pure di liberarsi dalle molestie di Psiche. Questo non ci era difficile, quando Gitone stato non fosse in camera chiuso, perchè lui pure volevam condur via, togliendolo dalla ingordigia di quelle sgualdrine. Intanto che noi volgevam nella mente così spinoso disegno, Pannichina cadde giù del letto, e strascinò seco Gitone, il qual non si fece alcun male, ma ella restò leggermente ferita nel capo, di che alzò tante grida, che Quartilla spaventatasi accorse precipitosamente al rumore, e così ci diè campo di andarcene; diffatto senza fermarci giammai volammo al nostro albergo, dove adagiatici in letto passammo il rimanente della notte senza disturbo.

Uscendo il giorno dopo incontrammo due di coloro, che ci avevan rapiti, ed Ascilto vedendoli, coraggiosamente ne assaltò uno, e vintolo e gravemente feritolo venne in mio soccorso contro l’altro investito da me; ma costui si portò con tanto valore, che noi due leggiermente ferì e illeso fuggissene.