Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/20

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
xviii

matura meditazione delle lor opere più celebrate, dopo aver consegnate alla memoria, perchè ben le ritenga, le precipue regole grammaticali, senza cui e’ moverebbe tentone, ed a caso per lo vasto campo della lingua nostra doviziosissima. Non si dia a credere di poter impadronirsene in pochi mesi, come avvien della Gallica: un’impresa si è questa, al cui intero eseguimento sudare fa duopo per anni ed anni.

Ma a qual fine, dirannomi, raggrinzando il naso certi ricadiosi frinfini, a’ quali nulla, che non esca del lor cervello, par buono, a qual fin per gli Dei vuoi tu pedantescamente spacciare tanta saccenteria? Se’ forse d’avviso che le cose che ci narri sien nuove, o non piuttosto che le siensi le mille fiate dette, o scritte per altri? Non émmi ascoso che altri mi precorsero nell’aringo, e che per lo motivo stesso, ond’io agramente querelomi, menato hanno l’altissimo schiamazzo; ma avendo io gran voglia di rifriggere questa frittata, e di sfogar dal mio canto la bile, che contro i novatori sì fatti mangiami l’interiora, e avendola da un pezzo, non potei rattenermi dal darla per mezzo a cotestoro, procacciando così uno