Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/54

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
28

della pigrizia mia, che dovendo ricever lettere degli miei, non affrettai d’intendere in che stato fussero di là le cose mie, e quel che mi portassero di novo. Già lungo tempo fa io non posso nè perdere, nè acquistar cosa alcuna; e di questo parer dovevo essere, ancorchè io non fussi vecchio come sono. Ma ora molto più devo aver quest’animo, perchè per poco ch’io avessi, non dimeno m’avanzerebbe molto più del viatico, che di via; massimamente essendoci noi messi per una strada, al fin della quale non siamo forzati di venire. Il viaggio sarà imperfetto, e ti fermerai o nel mezzo, o poco di qua dal luogo, dove disegni d’andare. Ma la vita non si può dimandar imperfetta, ognivolta che sia onesta. In qualunque termine finischi la vita, purchè la finischi bene, puoi dir ch’ella sia tutta; e molte volte si deve finir con fortezza d’animo, senza che s’abbia anco gran cagioni1: perciocchè non sono tampoco

  1. Pare impossibile che Seneca tenti, magnificandole, di ribadire con tanta forza in capo all’amico, a cui scrive, le frivole ragioni, onde bello ed utile è il fatale eroismo del suicidio, che noi più veramente dimandiam la peggior pazzia, che appiccarsi possa a cervello umano; quel Seneca che, caduto in disgrazia del suo Scolare e Tiranno Nerone, non ebbe poi cuore di prevenire, comunque uccidendosi, il supplicio capitale, a cui stato era condannato. Perchè non venne a questo filosofo il suo Stoicismo in soccorso, e perchè ciò non fece, di che vuole altrui persuadere? Tanto è vero che passa divario immenso tra il predicar una massima, e il metterla in esecuzione. Nota dell’Editore.