Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/55

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grandi queste che ritengono noi. Tullio Marcellino, che tu conoscerai, giovane riposato, e vecchio avanti il tempo, assalito da un’infermità, non già incurabile, ma lunga e fastidiosa, e che richiedeva molte cose; cominciò a deliberar s’egli si dovea uccidere; e raunò molti amici, ciascheduno de’ quali, o perchè era timido, gli persuadeva quel che averebbe persuaso a se medesimo; o perchè era adulatore, gli dava quel consiglio, che s’immaginava che potesse esser più grato a colui che deliberava. L’amico nostro Stoico, uomo raro, e forte, e strenuo, per lodarlo con quelle parole ch’ei merita, parmi che l’esortasse molto bene. Perciocchè così gli cominciò a dire: “Non ti tormenta, Marcellino mio, di questo, come se tu deliberassi d’una gran cosa. Non è gran cosa il vivere, perchè anco gli servi tuoi tutti vivono, e tutti gli animali: gran cosa è il morir onestamente, prudentemente, e fortemente. Considera quanto lungo tempo è che non fai altro, che mangiare, dormire, et attendere alla libidine; nè s’esce mai di questo giro. Può risolversi di voler morire non solo un prudente, et un forte, ovvero un misero, ma ancora un fastidioso.” Egli non avea però bisogno di chi lo persuadesse, ma solo d’un che lo ajutasse a mandar ad effetto l’animo suo, perchè i servi non lo voleano in questo obbedire. Però prima tolse loro la paura, e mostrò che allora può cader in pericolo la famiglia, quando fusse dubbio, se la morte del padrone fusse volontaria, o no: e che essendo certo che sia di sua volontà, di tanto mal esempio