Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/61

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può essere altrimente? perchè ogn’altro mal che s’abbia è un star male; ma aver questo è un morire. E per questo i Medici sogliono dimandar questa infermità pensier di morte. Conduce talvolta ad effetto quel spirito, quel che molte volte s’è sforzato di fare. Ma che? Pensi tu forse che ora, scrivendoti, io sia allegro per averla scappata? Certamente s’io mi compiaccio di questo fine della sanità, faccio cosa non men da ridersene che fa colui, che si persuade d’aver vinto, per aver differito il comparire in giudizio. Ma io nel punto che stavo per affocarmi, non lasciai mai di darmi pace co’ pensieri pieni d’allegrezza, e di fortezza. Che sarà questo? dicevo: così spesso la morte fa prova di me? Ma faccia pure, ch’io già lungo tempo ho provato lei. Quando? mi dirai. Prima ch’io nascessi. La morte è il non essere: e questo già so come stia; perchè quel medesimo sarà dopo di me, che è stato innanzi a me. Se tormento alcuno è in questa cosa, è necessario che fusse anco prima che nascessimo al mondo. Oh non sentimmo allora affanno alcuno, mi dirai. Di grazia non tener per pazzia, se un giudica che sia peggio da poi che la lucerna s’estingue, che prima che s’accendesse. Noi anco e n’accendemo, e n’estinguemo, et in quel mezzo di tempo patimo qualche cosa. Ma l’una e l’altra di queste cose è grandissima sicurezza; perocchè in questo, s’io non mi gabbo, il mio Lucilio, erriamo che pensiamo che la morte ne seguiti, dov’ella n’ha preceduti, et è per seguirne. Ciò che avanti noi è stato, è morte; per-