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LETTERA VI

Jam tibi iste persuasit etc. Ep. XLVII.



Già cotesto amico tuo t’ha persuaso, ch’egli è un uomo da bene: ma avverti che un uomo da bene così presto non solo non si può fare, ma nè anco comprendere. Sai tu di qual uomo da bene ora io ti parli? Di quello, che vien compreso sotto questa seconda nota. Perocchè quell’altro forse, non altrimenti che una fenice, nasce ogni cinquecento anni una volta; nè ci dovrà maravigliare, che da così lungo intervallo si generino sì gran cose. Le mediocri e che volgarmente nascono, spesso son da Fortuna prodotte; ma le grandi sono con la rarità istessa commendate. Ora costui è ancor molto lontano da quello, di chi egli fa professione: e se sapesse quel ch’è esser uomo da bene, non si persuaderebbe d’esserlo ancora, e forse anco si despererebbe di poterlo mai essere. Oh gli dispiacciono i tristi. Il medesimo avvien nei tristi istessi, i quali non han pena maggiore della scelleratezza loro, che il dispiacere a se medesimo, et ai suoi pari. Oh ha in odio quelli, che per subita grandezza s’insolentiscono. Il medesimo egli farebbe, quando avesse il medesimo potere. I vizj di molti sono ascosti, perchè non han più forze che tanto, i quali però non avrebbono meno ardire, se rispondessero loro le forze, che abbiano quelli che sono scoperti dalla