Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/81

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

55

cose false, alle quali si dà in preda. Di più, se ci sopraggiunge, e ci chiama la morte, quantunque sia ella immatura, quantunque ci rapisca alla metà del nostro corso di vivere, sarà abbondantissimo non per tanto il frutto, che ne avremo raccolto: avrà conosciuto quest’uomo la natura in gran parte; e saprà che non crescono già l’idee dell’onestà, e i piaceri della medesima a ragguaglio del tempo della vita. A coloro soltanto si rende necessario il credere che ogni spazio di vita sia breve, i quali lo misurano coi vani piaceri, e in conseguenza infiniti. Vatti consolando con questi pensieri, e col leggere attentamente le nostre lettere: verrà una volta quel tempo, il quale di bel nuovo ci riunirà insieme. Qualunque esso si sia, lo ci renderà lungo l’aver appresa l’arte di ben servircene, sendo vero quel detto di Possidonio: avere più durata un giorno solo di persone erudite, e scienziate, di quello che l’età, quantunque lunghissima, degl’ignoranti e degli sciocchi. Intanto abbi tu sempre presenti queste massime di non darti vinto alle avversità, di non creder troppo alla prosperità, e di aver sempre avanti gli occhi la smodata licenza della fortuna, come se ella fusse per fare riguardo a te tutto ciò, che può fare. Qualunque sinistro, che da lunga pezza si sta aspettando, ci torna men grave, e più sopportabile. Sta sano.