Pagina:Serao - All'erta, sentinella!, Milano, Galli, 1896.djvu/163

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Intanto Federico era rientrato nella bottega del parrucchiere Rigillo e si era dato al lavoro, poichè una quantità di gente arrivava per farsi radere la barba, per farsi tagliare i capelli. E fra avventori frettolosi e indolenti, fra i giovani del barbiere, era il gran discorrere del sabato mattina il discorrere dei numeri, chi giocava, chi non aveva mai giocato, chi aveva il proprio biglietto prediletto. E Federico, con quella rispettosa famigliarità della gente piccola napoletana, a tutti quelli cui radeva la barba o a cui tagliava i capelli, andava ripetendo:

— Se accade un fatto come io spero, oggi non mi vedete più qui, signore mio.

— Che fatto? — domandava l'avventore, fra i fiotti bianchi del sapone, fra lo scricchiolio delle forbici.

— Un terno, che debbo vincere.

— Un terno?

— Un terno sicuro: tre, quarantadue, ottantaquattro.

— Chi te l'ha dato — L'innamorata mia. Se vinciamo, cambiamo stato.

E l'avventore, anche il più scettico, restava pensoso, mentre Federico gli dava una spazzolata al soprabito.

Gelsomina, intanto, prima di arrivare a Santa Maria la Nova, dove il banco lotto era affollatissimo,