Pagina:Serao - All'erta, sentinella!, Milano, Galli, 1896.djvu/179

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


Jaquinangelo un gran rumore di porte che si aprivano e si chiudevano: si udiva, nella piazza, un gran vocio, ma le due donne erano abituate al grande chiasso napoletano, e non vi ponevano mente. Avevano finito di pranzare e parlavano fra loro, adesso; la madre raccontando alla figliuola gli episodii scolastici dello lezioni che dava, le bizze delle scolare, i capricci delle madri, le insolenze dei servitori: la figliuola raccontando alla madre l'umor burbero del professore di aritmetica, l'umor mellifluo, ma cattivo, del professore di letteratura. E una nota costante di allegrezza dominava nella parola della fanciulla, l'idea del luglio che si approssimava e delle vacanze che avrebbe avute: poter levarsi tardi, ogni mattina, non leggere che romanzi, poter andare ogni sera alla Villa. E mentre si facea promettere che la madre l'avrebbe condotta alla Villa ogni sera non vedeva che la signora impallidiva, ogni volta che si nominava il luglio: poichè le vacanze estive le portavano via cinque o sei delle dieci o dodici lezioni che formavano tutta la sua piccola rendita, poichè l'estate, con la sua gran miseria dei poveri, era realmente il suo tormento maggiore. L'inverno, è vero, era dannoso per il suo petto ammalato: ma si guadagnavan denari. Ah l'estate, l'estate solo era crudele, con la sua povertà. Chissà come avrebbero scampato quest'altro? La signora chinava il capo, pensando.

— Signora avete tre soldi? — domandò Tommasina.