Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/20

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16 telegrafi dello stato


vano di tela russa: nessun altro mobile. Negli spazi liberi delle pareti, chiusi in sottili cornici di legno nere, senza cristallo, pendevano l’indice alfabetico delle ausiliarie e delle giornaliere, il regolamento interno, l’ultimo editto direttoriale, una carta geografica e telegrafica dell’Italia. Nessuno leggeva questi stampati polverosi e insudiciati dalle mosche: l’interesse di tutte era quel foglio di carta che circolava di mano in mano e che le destinava, per quel giorno, a una speciale linea. La direttrice, con la sua scrittura rotonda e tutta svolazzi, scriveva da una parte in colonna, il numero d’ordine che porta la linea, dirimpetto il nome dell’ausiliaria che doveva lavorarvi, in quel giorno, per sette ore. Appena entrate, tutte cercavano questo foglio, avidamente, mentre ancora si cavavano il cappello e si sbottonavano il paltoncino. E come vi erano linee buone e linee cattive, linee senza lavoro e linee con molto lavoro, linee dove ci vuole una pazienza infinita e linee dove è richiesta una sveltezza singolare, così le esclamazioni piovevano.

— È vero che sono una scema e che non so ricevere ancora bene, — mormorava Maria Vitale, — ma mettermi ogni due giorni a Castellamare, è insopportabile. Se faccio cinquanta telegrammi in sette ore, è un gran che: imparerò presto, a questo modo.

— E non ringrazi Dio? — le diceva Emma Torelli, una biondona alta e bianca, dalla forte pronunzia piemontese, — io vorrei non saper ricevere, come te. Oggi mi hanno dato Salerno, quella linea indiavolata: è sabato e vi saranno i biglietti del lotto che i salernitani giuocano a Napoli. Centottanta dispacci, come