Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/215

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scuola normale femminile 211


tate della piega che prendeva il discorso, levavano il capo. Era commossa Cristina De Donato, che aveva dovuto lasciare un tenorino, con cui cantava le romanze al Conservatorio, poichè ella aveva persa la voce ed egli era stato scritturato al teatro di Malta, il teatro dei dilettanti; a Carolina Mazza, che amava uno studente e n’era stata tradita, si sbiancava il volto; a Clementina Scapolatiello, che amava senza speranza il fidanzato di sua sorella, venivano le lagrime negli occhi; Luisetta Deste sorrideva con malizia, la piccola furba civettuola; Maria Valente che voleva bene a un cugino senz’essere corrisposta, chinava il capo sulle mani. E su tutte quante, innamorate felici, o innamorate desiose di amore, o miserabili creature che non sarebbero mai state amate, scendeva un grande tremito nervoso: persino Pessenda, la piemontese poverissima, destinata a insegnare in una scuola rurale di qualche villaggio perduto nelle Alpi, era tutta scossa; persino Isabella Diaz, coi suoi occhi senza ciglia e senza sopracciglla, con le sue labbra violette, macchiate dalla febbre, stava come assorta in un sogno. E mentre tutta la classe era profondamente turbata, mentre il professore Estrada usciva, come se svanisse, Giustina Marangio, la vipera, saltò sulla cattedra e scrisse a grandi caratteri sulla lavagna:

«L’amore è una grande sciocchezza».

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— Mercanti dite la parabola delle vergini stolte e delle vergini savie — disse il professore di religione.

Mercanti si alzò un po’ straccamente, e un po’