Pagina:Serao - Il romanzo della fanciulla, R. Bemporad & figlio, Firenze, 1921.djvu/83

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per monaca 79


Doria aveva detto: ma le due Sannicandro che ogni sera baciavano la mano a papà, prima di andare a letto e si facevano benedire da mammà per dormire tranquillamente, si guardavano in faccia, tutte pallide, con le boccuccie rigonfie dei bambini che vogliono piangere. Nessuna parlava ed Eva, che aveva il carattere più aperto di tutte le altre, cercò di mettere una parola dolcificante:

— Ecco qui Anna che vuol farsi credere più cattiva di quello che è: hai la posa della cattiveria, cara, ma nessuno ci crede. Le mamme nostre ci amano, a loro modo: non sta in noi a giudicarle.

— E fai benissimo, tu, Eva, — rispose malignamente Anna Doria, scombussolando il suo cestino per trovare le forbici.

Eva impallidì, tacque, ferita. Un grande imbarazzo regnò fra le cucitrici, parea che nessuna osasse interrompere quel silenzio. Tecla aveva approntato coraggiosamente una seconda fodera da materasso; quando Giulia Capece domandò a Olga:

— Donde li fai venire, Olga, i vestiti? Non da Vienna, se non vuoi essere assassinata!

— Non farli venire da Vienna, Olga, — soggiunse subito Chiarina Althan, cogliendo la palla al balzo per cambiare la conversazione, — figurati che da Vienna hanno mandato a Giulia un cappellino con un gallinaccio impagliato sopra: questo per ispirarle delle idee di buona massaia.

— Oh un gallinaccio, poi, Chiarina!... — protestò Giulia, cordialmente afflitta sotto l’incubo di quel cappellino viennese.