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La Conquista di Roma 339

si distendeva, senza far pieghe, modellando il braccio; non un braccialetto; due semplici e fulgenti stelle di brillanti alle orecchie. Tutto l’insieme casto, che nulla aveva della stupidaggine odiosa della fanciulla ritrosa, ma aveva tutta la castità di pensieri e di sensi della donna pura.

A Francesco Sangiorgio parve vedere la medesima purezza. Una lucentezza blanda negli occhi: lento e buono il moto delle palpebre: non un’ombra di veglia o di pena sotto lo sguardo, che si posava quietamente sugli oggetti e sulle persone che la circondavano: freschissime, di fanciulla, le tempie, dove la pelle aveva la tenuità del velo che circonda l’uovo; da cammeo la linea del profilo, dalle nari foderate delicatamente di roseo: sinuosamente colorita di rosso, come un fiore chiuso, la bocca. E in tutta la fisonomia la espressione pacata di chi è senza speranza, come senza desiderii: un’aureola più che umana, tutta spirituale, la quale trasfigurava quella bellezza.

Francesco Sangiorgio, a quell’aspetto, aveva sentito dileguarsi quell’acre desiderio che lo aveva signoreggiato in quella stanza da pranzo, nell’attesa spasimante di donn’Angelica che era