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Pagina:Sercambi, Giovanni – Novelle, Vol. I, 1972 – BEIC 1924037.djvu/206

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XLIIII


E ditta tale novella, il preposto disse: «Ognuno vada a posare».

P>osata la brigata la notte colla dolorosa novella di Lucrezia che per inganno così morissi et avendo la brigata e ’l preposto preso piacere della vendetta fatta, senza dar volta dormiron fine al giorno. E levatisi, come di prima le chiese visitonno. E ’l preposto, veduto li belli palagi e tanti e bellissime case e gran muraglie, stimando fra sé in quelle case potere stare la metà delli omini del mondo, e andava fra sé dicendo: «Non è da maravigliarsi se i Romani antichi vinceano ogni generazione, ché pur loro senz’altre genti erano sofficenti a tutto conquistare».

E in tal pensieri stando, fu l’ora della cena, e la brigata assetata a cenare, di buona voglia cenarono. E voltosi il preposto a l’altore, disse che una novelletta dicesse, e poi a ciascuno dia ordine di dormire. L’altore parlando disse:


DE RE PUBLICA

Di quel fuoco ch’era in Roma a modo di un pozo, ardendo
sempre.


P>oi che abiamo toccato delle cose di Roma, ancora al presente vo’ dire che, essendo Roma per alcuno loro peccato cominciata a diminuire, aparve uno segno in sulla piazza di Roma, cioè uno fuoco il quale andava ardendo a poco a poco la piazza. Era questo fuoco in forma di una tana molto prefonda et era tonda come uno pozzo al pari della terra, e la fiamma andava molto alta, e di continuo s’alargava.