Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/131

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84 scritti di renato serra

pioggia notturna, brillante e chiara di sole; silenzio e dolcezza.

Ma le generazioni dove sono? Neanche una rondine intorno. Ci sono io solo e tranquillo.

Lasciate dunque che vi parli di me. Per studiare gli effetti di quella spirituale imitazione che occupa oggi la nostra curiosità, non trovo nessun altro esemplare di umanità meglio alla mano. Con un poco di buon volere, anche la mia storia assai ordinaria può servire di specchio a molte altre.

E cercherò nel passato. Se voglio esser sincero, maestri non ne trovo.

Ho cominciato presto a sentir parlare del Carducci e a conoscere la sua parola; ma in principio non ne avevo quasi nessun beneficio. Come molti di coloro che si destavano alle aure della vita morale nel’ultiino decennio del secolo scorso, i miei maestri primi furono barbari. Mi ricordo di una lontanissima estate, in cui bocconi sull’erba grigia d’agosto, alla fine di un pomeriggio di esaltazione, io guardavo il cielo e pronunziavo con una voce che mi pareva piena di solenni promesse queste parole.... Carducci — E Carlo Marx. Era la fine di una strofe saffica, che avrebbe dovuto conchiudere, come è naturale, la storia di quella stagione rivelatrice per la mia mente; per fortuna le rime erano alquanto aspre a trovare, e non credo ch’io ne facessi altro. Ma il frammento resta significativo.

Avevo letto in quei giorni le Nuove Poesie, edizione Zanichelli; e l’unica cosa che m’avesse toccato era la prefazione con i discorsi di Hillebrand e di Étienne dell’Accademia di Francia; e poi un poco dell’Avanti, di Versaglia, Danton ed Emmanuel Kant, Iddio, molto in confuso. Fiat-