Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/183

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136 scritti di renato serra

renda a tutto quello che tocca la tempra dell’oro. Sono salde come l’oro certe sue parole, limpide e pure e sonanti.

«Di chi è questa voce che si diffonde pei campi?

«È la voce del turpe rospo terrestre. Egli suona nell’aria calma come una pura campana di cristallo».

Lasciamo andare l’elocuzione, se sia in tutto netta: poichè non è questo che ora ci tocchi. Ma chi è che non sente la musica di queste parole rade e soavi?

Ognuna di quelle sillabe profferite molto pianamente pare che acquisti una intensità di vibrazione limpida e lunga; l’anima se ne sente piena e non si sa come. Poichè, se si pensa, la cosa da dire non è di molto momento; e neanche si può dire che sia espressa con novità, con ricchezza di eloquio o con sottilità di sensazioni cercate dentro e svelate. Tutto qui è semplice, il paragone «lei cristallo è il primo che venga alla mente, e quella figura di opposizione fra il senso del turpe e il puro è disegnata con ogni semplicità.

La virtù non è nelle parole prese a una a una; è nella loro disposizione, che pare tanto lungamente pensata, e maturata alla fine nel punto più felice, è in quel non so che di puro e definitivo, onde restano quasi scolpiti i contorni e aperti e grandi gli spazi, e poca musica basta a colmarli di incanto.

Questa è quella qualità che siamo soliti a chiamar classica; quella qualità di bellezza durabile che appartiene alle parole tempestive e collocate nel luogo opportuno, alle cose ridotte da lunga contemplazione alla purezza delle loro linee essenziali; che nasce dalla modestia degli animi ben-