Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/220

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SEVERINO FERRARI 173 da dire, finiva per dirlo più schietto. Invece il Pascoli, anche in Romagna, anche nell'Ultima passeggiata, ciò è nelle cose sue dove si sente me¬ glio l’amicizia, fin dalla iscrizione, aveva dei mo¬ menti di fiacchezza un po' fredda, un po’ sco¬ lastica. Severino aveva l'efficacia della sua fatica. Meno molle, meno effuso, meno alato del Pa¬ scoli, con quei suoi moti bruschi, a cui talora la poesia fuggiva e restava solo il vano, il difetto (leggete di seguito la storia dei Nidi), con quella esattezza un po’stentata, aggiungeva talora una evidenza squisita. Vientene meco, o ch'io ti rubo : imiti andremo a cOr fuscelli ne la valle: faremo un nido : i zeliti romiti lo sapranno sol tanto e le farfalle. Se tu starai su l’ova carnicine, io andrò in busca di semi e <11 rughette: finché 1111 bel giorno sotto a l'ale incline picchiar martelli, mordere pinzette tu attonita sentendo, ammirerai Piccioli Secchi e vispi occhi rotondi. — Quante cose sapete! — ella seguiva beccandosi i piedini. — Or dite — un uovo come si ottiene V — e trepida arrossiva e di sè stessa a sè faceva covo. Qui c’(> il Pascoli e qualche cosa di più. La freschezza dell’idillio e delle sensazioni così gen¬ tilmente trovate nel parlare degli uccellini, è fatta infinitamente più cara dal lavorio intelli¬ gente della elocuzione e della rima. Così altrove tante volte. I versi pascoliaui, cantanti e squillanti, cadono in mezzo alla, ver¬ seggiatura per solito più sostenuta lavorata e un