Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/243

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ltttì SCRITTI HI ItENATO SElìlìA si è scoperto nella sua fiacchezza ; dopo (aula ab¬ bondanza ili belle frasi fatte intorno a quei poveri fantocci, il momento che drammaticamente im¬ portava è caduto dalla mente come una vescica sgonfiata. E che poi siano fantocci è troppo certo. Non badiamo all’effetto per cui il lettore che si ricorda di Bruno e Buffalmacco come di persone vive di questo mondo, non riesce a conservare di l’uriello e di Quaglia altra impressione che di una bella pagina scritta. Ma guardiamo la pagina. Troveremo che il D’Annunzio, trascorrendo vo¬ lubilmente, ha ripreso la materia del realista fran¬ cese, informandola del suo costume: cioè ridu¬ cendo la ricerca del vero a musica sonora e mono¬ tona di frasi. Anche traducendo a lettera, non si può dire che egli copii: i tocchi del Mau passa ut diventano puro principio verbale, che si sviluppa secondo le abitudini dell’eloquio dannunziano. «Chicot, mi contro ire, rouge et boiirgeonneux, gros court et poilu avait l’air....»; e più oltre [Maillochon] « la peau de m Irte semblait con¬ serte d'ini duvet vaporevw, d’une ombre de che- veux, cornili* le corps d'ini /ionici piume qu’on va /Iti in lu r ». « Biagio Quaglia, detto il Ristabilito, era in¬ vece di statura mediocre, d’alcuni anni più gio¬ vane, rubicondo nella faccia e tutto geminante come un mandorlo a primavera ». Ora ognuno si accorge che il D'Annunzio vol¬ tando indifferentemente, non ha badato tanto alla realtà del rosso e dei foruncoli e bottoni per la faccia, ma al suono che quelle cose prendevano come parole sulla sua bocca : rubicondo, geminan¬ te.... ("era nei vocaboli una virtù che si è dilatata in amplificazioni sonore, seguitando la