Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/375

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328 scritti di renato serra

sono la traccia del tentativo artistico infelice e insieme una concessione alla volgarità: cadono nel tipo delle altre e non le valgono per piacevolezza.

Non c’è paragone fra la fattura superficiale della Deledda e la ricchezza d’impressioni vivaci e mobili e quasi sincere in un bozzetto, poniamo, di Térésah; o il realismo esatto e l’interesse arguto, se pur meccanico nelle sue combinazioni, di una novella di Ojetti. Anche questo somiglia un po’a Zuccoli, per una certa eleganza di scrittore, che cominciò con intenzioni ed esercizi propriamente letterari, e a mano a mano s’è dato al mestiere, e ora è uno degli ornamenti del nostro giornalismo: ciò non toglie di avere spirito e garbo invidiabile: non ha veramente il dono del novelliere, non crea personaggi, ma sa osservare e sopra tutto scrivere, quasi signorilmente. La sua prosa non esce dal tipo comune, di tutti i letterati che hanno amato D’Annunzio e letto i francesi un po’ d’anni addietro: ma pare che abbia rinunziato alla pretesa di ricordarlo troppo; questo la rende amabile nella pulizia.

Meccanico come gli altri, nello svolgimento del racconto come una combinazione preparata per 10 scatto, ma tuttavia più interessante è Bracco:

quale adopera, — insieme con quel certo realismo di marca francese, adottato dal giornalismo napoletano del 1805, — una facoltà propria di scegliere e semplificare le circostanze, di persone o di casi, che servono come molla a produrre l’effetto.

Ma tutto ciò riguarda solo in parte la letteratura. Novelle accurate e di una psicologia non volgare ha scritto Picardi; con una serietà e acutezza di animo che supera la finezza della fattura.