Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/416

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

guaggio e la maniera non muta tuttavia, non muta l’effetto; e non c’è, in tanta abbondanza di produzione critica nè un’opera che resti nè uno scrittore vero. C’è della dottrina e dell’ingegno, certo; ma niente che superi l’importanza superficiale di una cultura che si elabora e ancora non ha acquistato figura letteraria, niente che non si consumi insieme con l’anno che passa.

La cronaca registra dei nomi. Borgese. Bene o male, è il primo, il più noto, quello che possiede meglio il suo pubblico. La sua opera conta qualche cosa, anche per la mole. Lasciamo stare il primo scritto, troppo lodato, sulla critica romantica, e un disgraziato saggio su Mefistofele; ma un libretto improvvisato enfaticamente sopra D’Annunzio rappresenta ancor oggi forse di meglio che l’intelligenza italiana abbia potuto intorno all’artista più singolare dei nostri tempi; e i tre volumi de La Vita e il Libro sono una cosa solida, che conserverà ancora per un certo tempo il suo interesse: non ci sarà in tutta la serie una pagina buona, o un saggio che si possa dire felice, ma il cattivo gusto e le volgarità particolari finiscono per comporre un qualche cosa di forte, in cui la nostra cultura si ritrova caratterizzata e descritta chiaramente. Quel che noi abbiamo cavato dai libri e dai movimenti spirituali degli ultimi anni, da Croce a D’Annunzio, da Rolland a Kipling, è tutto lì; è poco forse, e rivela le qualità sommarie e vili della nostra ambizione; ma ne rivela anche lo sforzo e l’acume e la prontezza.

Sappiamo bene che Borgese non è un critico, nel senso sincero. È un lettore grossolano, senza delizia di impressioni precise; i particolari gli sfuggono. Tutto in lui è approssimativo, anche l’impressione della tecnica; pare qualche volta che