Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/70

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giovanni pascoli 23

occhi nello splendore del giorno (liquidi e limpidi occhi, che

ridon, così.... con gli angioli. Perché?)

Tutto intorno a me sente del Pascoli; e qualcuno mi consiglia che basterà volgere quietamente gli occhi intorno sulle cose, per trovare la via facile e piana della sua anima poetica.

Bene: io a questo non credo.

Mi pare che valga per la Romagna quel che s’è detto per l’antichità classica, quel che si potrebbe dire per la Toscana; il Pascoli ha passata la sua vita in quella consuetudine, e in ogni sua parola o atto ne rappresenta a ogni momento l’immagine; ma, per quanto è dello spirito della sua poesia, egli n’è lontano, a distanza infinita.1

Egli è pure nella persona fisica e nel parlare e nei modi, e fino nella casa e nelle abitudini, un romagnolo schietto; più prende dalla Romagna dolce copia e grande di ricordi e di paesi, prende dall’idioma nostro novità di scorci sintattici e quei movimenti dell’espressione,2 che son tanta parte nell’aria viva, parlata, del suo discorso, sì di prosa che di versi.

Ma tutto ciò ha un valore meramente superfi-


  1. La poesia del Pascoli ha un’anima toscana, si dice: tra Castelvecchio e Barga, sotto la Pania e lungo il Serchio, è il nido dei suoi sogni e dei canti più belli: i suoi versi sono trascritti nella pura favella di quei monti. Il vero è che di tutti i nostri scrittori egli è il meno toscano. Pensate solo un poco a quella che è la tradizione toscana: ballate e sonetti e canti carnascialeschi e cicalate e lettere familiari; e vedrete se ho ragione.
  2. Io avevo raccolto un gruppo di esempi, che per brevità lascio da parte. Ma ognuno può trovarne da sè, a sua voglia. E penso già a chi metterà in tante schedine il vocabolario toscano e la sintassi romagnola del nostro poeta, e poi giurerà che egli è tutto lì dentro....