Pagina:Serra - Scritti, Le Monnier, 1938, I.djvu/76

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giovanni pascoli 29

in mezzo ai figli smarriti, distrutta la famiglia; aveva assaporato il trionfo di chi ha fatto il male, e l’indifferenza mortale della gente, per cui gli orfani dolorosi non esistevano: ma la vita non gli concedeva, verso tutto questo, altro compenso, altra vendetta, altra riscossa che nutrirsi il proprio dolore nel cuore e cambiare la consuetudine degli uomini con quella del pianto e delle memorie. Egli accettò. Esaltò se stesso, non contro le circostanze, ma nelle circostanze. Si appropriò il dolore, le angustie, le piccole cose che aveva intorno, le briciole di cui era condotto a far tesoro e vi insistette con l’acume e col fervore del suo spirito, così forte, che ne fu inebriato; vi trovò dentro la ragione di cantare e di vivere.

Il povero diavolo del Voltaire.... «chantait d’un gosier sec Le vin mousseux, le frontignan, le grec En buvant de l’ean dans un vieux pot-à-bière»: il Pascoli al suo posto avrebbe cantato l’acqua, che è così pura, così buona a chi ha sete.... Quel suo sentimento, che chiamano idillico, la poesia delle piccole cose e delle voci sottili, la filosofia del dolore che è fonte di gioia e di fraternità; la filosofia insomma e la poesia delle Myricae e dei Poemetti, per nominarla nel suo momento più schietto, nasce di qui; nasce dalla stessa facoltà, che ha fatto fiorire la gioia nell’umile vaso di coccio, che sul davanzale della sua finestra educava il basilico e l’erba luisa.



Ma, quanto a filosofia, il Pascoli si è vantato positivista. Che non fu soltanto una botta ad hominem, contro il suo critico idealista: è una nota