Pagina:Sino al confine.djvu/162

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e di là il suo placido viso di santo, e sorrideva, e fece ridere i curiosi riuniti nella piazzetta perchè con la mano accennò a farsi vento, quasi avesse molto caldo, mentre il canonico Bellìa, nero e triste, ad occhi bassi, pareva invece lo spettro del corteo. Questo d’altronde non era troppo gaio: tutti procedevano silenziosi, e la figurina della sposa, pallida e rigida nel suo vestito bianco, dava l’idea di una statua fatta della neve che biancheggiava intorno.

Ella non vide zio Sorighe che dopo il ritorno dalla cerimonia. Mancava un’ora alla partenza; e mentre gl’invitati chiacchieravano nella saletta, la sposa uscì nell’orto per dare un ultimo addio all’elce, al pergolato, all’orizzonte.

Zio Sorighe, decentemente vestito col giustacuore di velluto nero dei vedovi, sedeva in un angolo della cucina e teneva il gabbano piegato sulle ginocchia. Pareva aspettasse qualcuno.

— Sì, lassù sto come un papa, — raccontava a Paska e alla cuoca, parlando della chiesa dov’era guardiano. — Ma son troppo solo. Se mi verrà un accidente, solo i corvi se ne accorgeranno!

— Ma non ci sono ovili vicini? Non viene mai nessuno?

— Solo qualche sacerdote viene di tanto in tanto a celebrare la messa, seguito da qualche donnicciuola, ma va via subito. Anche sta-