Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/100

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La notte; le stelle impallidenti; il sole caldo; il tremar vespertino delle frasche; la notte. Cammino.

Dio disse: Abbia anche il dolore la sua pace.

Dio disse: Abbia anche il dolore il suo silenzio. Abbia anche l’uomo la sua solitudine.

Carso, mia patria, sii benedetto.



Ma una notte il dolore fu quasi più forte di me. Lo sentivo raccogliersi a goccia a goccia, e l’anima si chiudeva arida e indifferente, cercando di non dargli presa. Io so la paura. Non si capisce altro: ora quell’uomo viene avanti e m’ammazza. Io non posso muovermi. Non posso sottrarmi. Fare strepito, no. Devo guardarlo fisso.

Così era di me. Camminavo rabbrividendo sulle scaglie calcaree, sonanti come piastre di ferro ai miei passi, fra cespugli e pini giovani. Lo strepito dei miei piedi non mi faceva terrore; ma mi sgomentavo, sudante, come la scaglia toccata scivolava più in giù, urtando le altre, crepitando fra stecchi e foglie. L’anima era stanca e non voleva più patire. Voleva rimaner sola e oscura. Pregava con nenia, che non venisse il dolore, che non venisse l’affanno, che la lasciassero sola e oscura. Ma non c’era pace nella preghiera; non m’ascoltavo. Ero tutto teso e doloroso verso uno sfrondare improvviso, un lampo, un colpo di fucile, uno scroscio. Una terribile cosa presentita, che mi può cogliere qui, da