Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/19

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il nonno era morto e venivano a stare altri parenti, più ricchi.

E io, tornato da Strugnano, fui molto contento di trovarmi in una campagna cento volte più grande, con infiniti frutti e viti, e molti compagni di gioco. Il giorno che arrivai arrivò pure, vestita d’una camicia rossa e tocco da fantino, la nipote del padron di casa. Ucio la guardava, un po’ commosso, fra i viticci del capannuccio.




Bella è la vendemmia. Oltre i vignali vanno grida e risate; i cani sbalzano, accucciandosi sulle zampe davanti, da questo a quel gruppo di vendemmiatori, e i passeri frullano sbandati. Il padrone eccita: — Dai, dai, dàghe, dàghe, forza, prr, prr, prr, dai, dai!

Le labbra e il mento sono appiccicose di mele stillato, e le mani, la maglia, il manico della roncola, i pampani, le brente, i carri. Tutto è una gomma rossastra. E ci si lava pigiando a palme aperte gli scricchiolanti grappoli nella brenta.

Buona è l’uva, addentata a grani dal tralcio, mentre dagli occhi sgocciola il sudore e la palma della mano è stanca della roncola. Ma ancora questo filare, ancora questa vite, ancora questo grappolo! Qua con una brenta! Alloo!

E, tornati giù sbalzellando, il pane e il brodo sono buoni come mai. Si gode della bella tovaglia bianca sotto la lampada. Domani si ricomincia.