Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/20

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Piovigginava a stento. Sulla melma del piazzale sfilavano due strisce giallastre di luce. Entrai nella cantina.

— Bonasèra! — Ah; bonasèra!

La cantina era bassa. Nel mezzo, su una botticella fumazzava una fiamma rossastra di petrolio. Il padron di casa sedeva vicino alla fiamma, con un bicchiere in mano. Nel volto era del color dei fondi violacei di botte.

Tutt’intorno gravavano grandi botti brune e tini panciuti. Su i muri, nei cantoni, tra l’inferriata del finestrino murato c’erano mille ragnateli stracciati e aggomitolati dalla polvere. Una gatta baia sotto le botti annusava indolente ma nervosa l’odor di pantigane che impregnava l’aria.

Uno degli uomini che si rimboccava su i calzoni a sforzo, perchè la dura coscia non voleva cedere, alzò gli occhi, guardandomi.

Vila era lassù, in piedi, sui tronchi squadrati che reggevano i tini. Era dritta e fresca, nella sua camicia rossa, e mi sorrise.

Io era un timido bimbo. E lei mi disse piano: — La salti su.

I bei grappoli pieni che avevamo colti ieri si pigiavano nel tino. Spilluccammo i grani più grossi, stufi d’uva. Mi dette un grano tondo, grosso come una noce, limpido.

Disse: — La guardi che man che go! — Piccole, ma di pelle callosa, tagliuzzata alla punta delle dita, nera di pentole, le unghie rosicchiate. Disse poi: — Lei la ga bele man. — Poi gridò: — Ala, Toni, scuminziemo!

Lo zio di Vila, il padron di casa, pulì un bicchiere con la fodera della giacca e m’offrì da bere. Bevvi.