Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/21

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Zappavano l’uva, curvi, aggrappati sull’orlo del tino, anelando come i taglialegna. Le gambe pelose, rosse, alternavan la battuta con frenesia, e il tino si squassava sotto i colpi. Gli acini e i gusci e il succo schizzavano tra le larghe dita dei piedi. Vila stava dritta, tenendosi sul tino. Le sue unghie eran diventate rosse.

Poi le gambe degli zappatori scomparvero fino alla coscia nello sguazzacchio vinoso. Il doppio colpo divenne metodico, come di stantuffo. Pesante e uguale.

Lo zio di Vila beveva, radendosi il succo dai mostacchi setolosi con il dorso della mano. Il suo grifo era rosso.

Il mosto bolliva nelle botti aperte, sciamante di moscerini ubbriachi. Assorbivo un caldissimo odore asfissiante. Gli uomini s’accendevano. Rovesciarono una brenta piena di mosto, e il vino schizzò a ondata sull’uomo e sul muro, corse a rivoletti impetuosi, tinse la gatta spaurita. Uno si buttò per terra a sorbire la motriglia vinosa.

Il padron di casa bestemmiò, rise, mi tese un bicchiere di mosto. Bruciava. La cantina era bassa e rossastra.

— Vila, un toco de legno per la bota!

Io corsi prima di lei, per scappar via; ma ella mi rincorse. Pioveva. La notte era oscura e fangosa. Scridivano gli agostani. Mi prese per mano, e correndo mi baciò il braccio nudo, sgocciante d’acqua.

Io dissi: — Vila — a bassa voce, meravigliato.

Nella cantina gli uomini zappavano ritmicamente, il padron di casa beveva, la gatta si leccava il pelo intriso.

Mi sedetti contento per terra. Correvo per una lunga strada piena di sole. Correvo, correvo.

Quando il sole è alto nel luglio, correndo nei prati