Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/59

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un giovinoto! — ; ed egli sorrideva: — Si, son ancora forte; ma — e sollevava il braccio destro nella posizione in cui si spiana lo schioppo, e il braccio gli tremava benché egli alzandolo aveva sperato che gli stesse fermo. — Ma le gambe le xe ancora bone — concludeva. E ancora, per la terza o quarta volta, si rimise, a cinquantanni, e andava a caccia, e progettava di costruirsi una casetta in carso, vicino a Gropada, su una terrazza calcarea dominante un vasto orizzonte di grebani e cielo. Mi ricordo che ci tracciò col bastone ferrato i limiti dove sarebbe sorta la casa.

Era intelligente, e nessuno sa quante cose nostre, che ora a poco a poco cominciano a esser discusse, egli già ne parlava con chiarezza, come uno così fuori dalle osservazioni e valutazioni abituali che gli è naturale e ovvio comprendere verginamente le cose, e si meraviglia che la gente non abbia le sue idee.

Era sempre in carso e i contadini lo chiamavano «el paron». I conoscenti gli chiedevano, tanto per dir qualche cosa: — Ma no ti ga paura d’esser sempre fra quei s’ciavi duri?

— Ma se no i ghe fa mal nianca a una mosca! I xe boni come fioi. Ciò, natural!: se va uno de quei ebreeti triestini co’ le gambe storte e ’l ghe canta in te le recie: «Nela patria de Rosseti no se parla che italian», lori i xe a casa sua e i ghe dà un fraco de legnade, se capissi. Cossa i dovaria far? — Dopo continuava: — Ma mi vado per i campi, su l’erba, e nissun me disi mai niente. Un’unica volta, ghe stavo drio a una pernise, camminavo ne l’erba e me son sentì ciamar da un contadin: — Paron, chi me pagarà l’erba? — El iera lontan, e no ’l se ris’ciava