Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/63

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 64 —

noi, ma non ci hanno capiti. Noi vogliamo esser noi, con i nostri difetti e le nostre virtù, liberi di respirare l’aria che ci spetta. Io sono contento di aver avuto una famiglia povera. Sono cresciuto con un dovere e uno scopo. Essi mi vogliono bene, e il mio nome è il loro.

L’orologio batte egualmente il suo tempo e la camera è stretta e scura. Che sarà di noi se mamma non guarisce? La sua fronte è sudata, e il suo pallido viso è pieno d’amarezza.




Voglio oscura la camera. Non filtri il sole dagli scuretti. Io sono sdraiato bocconi sul letto, immobile, e non penso.

Non soffro. Nel’oscurità dilaga una noia infinita, e io sto dimentico, intravedendo con disgusto gli scaffali dei libri sulla parete di faccia.

Ho letto, ho guardato dalla finestra, ho fumato: inutile ritentare. Non ho voglia di niente, e la camera è fredda.

Sento stridere bimbi in strada, e ombre di carrozze sfumano rapide sulla parete. Presto sarà notte, e si spegnerà finalmente anche questo raggio denso di sole che illumina il mazzo di fiori dipinto lassù.

Intanto gli uomini tornano dal lavoro e si salutano l’un l’altro. E la terra cammina nella sua via fissa.