Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/74

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Qui è impossibile sian mai venute dame strascicanti lunghe gonnelle per campi ben pettinati e rasati, nè ministri hanno mai giocato tennis in solino: molti alberghi attendono di spalancarsi: ma io non credo. Però potrei pigliare a sassi quelle due aquile insaccate in stracci gialli, appollaiate col pernio sui pilastri d’un portone.

Ma su, che al Secchieta c’è neve assolutamente intatta. Nessuna traccia sul dorso del monte: dove sono i giovani italiani? Aspettano che si bandiscano domenicate invernali con schi e pattini e signorine. Scrivo con il chiodo dell’alpenstoc le lettere Voce nella neve. Propongo che la festa vociana sia un’annua salita al Secchieta, di febbraio. Lupercalia. Ah, ah, in questo momento qualcuno esce dalla redazione d’un cotidiano e va a dormire! Venite a bever l’alba sui monti!

E basta: il disotto sparisce. Non c’è che una cosa, alta, non vista, che bisogna raggiungere. Nessun’immagine. I rami sono rami irrigiditi che scattano sul viso se ti sfuggono di mano. Picchia il tacco nella neve per farti il tuo scalino, e un altro più in su. Ficca l’alpenstoc. Anche se affondandosi tutto, t’avverte che la neve è alta come te, non camminare a serpentina; pianta dritte le pedate.

Niente mi giunge dentro di consentaneo, attorno a cui s’affollino l’idee e lo poppino e lo assimilino restituendolo mio, frutto dell’anima più profonda. Tutto è sensazione di ostacolo che bisogna vincere: io e il monte siamo; altro no. E non devo esser che io, in vetta.

Ti volti a contemplare? Sei già stanco che ti metti a fare il poeta, caro amico mio? Se i polpacci ti scoppiano e la schiena ti si ripiega insieme e per ogni centimetro di con—