Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/75

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quista stronchi col viso, col petto un ramo; e un altro ramo, e rami chissà fino a dove ti aspettano, duri, ghiacci, ipocritamente velati di neviscolo come una fiorita di mandorli, e i ghiaccioli ti si frantumano nel collo, negli occhi abbacinati dall’eterno luccicor del bianco; e il berretto che ti sguizza giù ti costringe a ricalare, e l’alpenstoc ti s’incunea tra ramo e tronco, cosicché tutte le cose indispensabili tentano d’impedirti ciò che devi — agguanta coi denti la lingua che vorrebbe imprecare, e cammina. E se la neve intenerita dal sole cala sotto il tuo piede, in modo che tu potresti adagiarti dolcemente su essa, e riposare, non cedere alla soffice bontà, non poggiar lieve gli scarponi: batti, affondati, tirati fuori e avanti lassù. E lassù — non sai dove, perchè forse tu non cammini verso la cima reale, delle carte geografiche — e il tuo lassù è grave di nebbia, forse; onde tu raggiuntolo a cuore spasimante non vedrai gli Appennini imbrunirsi come giovane carne sotto il sole, nè la neve immensa, che tu hai vinto, accendere i colori, nè lontano, in basso, Firenze. Ma tu, amico mio, ti sei levato da tavolino per salire sul Secchieta; e s’anche tutte le opinioni della strada, che ti si sono infiltrate nell’orecchio dalla finestra, col frastuono dei barocci scampannellanti e le canzoni sporche di vino indigerito; s’anche tutta la vita degli altri è presente in te pur ora e tenta, come una ventata polverosa, di storcerti il collo verso quello che hai già superato a rimirarlo, e accosciarti, tra l’alto e il basso, sulle tue gambe stanche; anche se in eterno tutta la città e, la sua stanchezza è in te e non la puoi sfuggire — non importa: tu vai in su: questo solo è vero; tu devi: questo solo è bello.