Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/95

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senz’aria! — Come un condannato: cinque passi in su e cinque in giù, fra due scaffali di libri letti e riletti e un muro bianco dove sta scritto da tanto tempo: Tutte le cose son vere, ma alcune accadono ora, altre accadranno nel futuro. E s’io ti racconto in questa triste notte invernale d’una fata che viene portando odoranti fiori in grembo, tu mi devi credere, o povera anima mia. — È passato parecchio tempo. Ora il piccolo salmo è tagliato con un frego del dito. È scritto anche, a lapis rosso: Guardami ben: ben son, ben son Beatrice.

Su e giù, giù e su. E poi sedere davanti a questo piccolo tavolinetto, e poi sdraiarsi per terra. In strada gl’innumerevoli bimbi urlano e piangono e tiran sassate sulla ruletta chiusa dell’erbivendola. Tornano in rimessa, con gran fracasso, i carri d’una fabbrica di birra. La casa grigia di fronte è orribile. Quando piove sgocciola di sudore giallastro. La luce invade camere soffocate, angoli di grandi armadi scrostati, uno straccio per terra, una donna grassa che si leva le calze. A qualunque ora del giorno sono ammassate sulle finestre lenzuola e coperte stinte. Tutto il giorno c’è una brutta baba sdentata che sbraita discinta dalla finestra contro il suo bambino: — Ah, porco! Dove te xe, fiolduncàn?! ’Speta che te guanto mi, mulo! Cori, Paulin! Che dio te maledissi in tel anima, porco de mulo! ’Speta mi, co’ te vien a magnar! — Tutto il giorno. Alle diciannove e mezza una moglie alza lo sportello della finestra e con una piccola in collo aspetta il marito che viene a passi brevi, giocando col bastoncello. Ogni sera. La notte passano comitive di ragazzoni cantando l’inno della Lega o dei Lavoratori. All’alba i muratori camminano