Pagina:Slataper - Il mio carso, 1912.djvu/98

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calda in cui una divina certezza d’amore freme da foglie e tronchi e fiori e uccelli e sole? Ficco le dita aperte nel groviglio dell’erbe come si fa per scoprire la bianca fronte dell’amata, e gli occhi suoi mi guarderebbero fissi serrando l’infinito fra i nostri due sguardi. Dov’è la tua bocca, creatura, ch’io la baci? Dove sei?

Solo m’hai lasciato qui. E posso percorrere tutte le vie e i monti e i mari della grande terra, e in nessun posto ti ritroverò più. Sono ampie e immense le strade del vento piene di spume e ondeggiamenti; ma tu sei più in là. E se anche il sole mi fa chiari questi stanchi occhi, io non ti posso più vedere, tanto lontano sei andata. Quando la notte è viva di stelle ti cerco negli spazi immensi; ma l’infinito è senza di te perchè io non ti posso più stringere fra le braccia, creatura.

Ed eri fresca e odorosa come l’alba. Eri un’alberella di primavera. Quando tenevi la mia mano nella tua bella mano lunga, dovevo camminare dritto, con passo fermo. Io ti guardavo negli occhi irrequieti, curiosi di foglioline sotto le foglie secche, che improvvisamente si spalancavano meravigliati o profondi come il dolore, e ti sorridevo. Cantavi a bassa voce, limpida come un filo d’acqua tra l’erbe. Dolce creatura! E quando chinavi la testa sulla mia spalla, io ti tenevo il mento nella mano, t’accarezzavo le guancie e i fini capelli, e una tenerezza tremante mi prendeva non potendo io comprendere che tu eri mia. Piccola, piccola! perchè m’hai fatto questo male?

Solo m’hai lasciato qui, dopo averti baciato.

E ora non c’è pace più, in nessun posto, anima. Dove potremo nascondere la nostra amarezza? Alziamoci e cam-