Vai al contenuto

Pagina:Sonetti romaneschi I.djvu/201

Da Wikisource.

Prefazione clxxxix


     "Non più tra noi sentenze di rigore,
Busembau seguiremo e il Tamburino,„
Grida lieto il Tomista; e il buon Maurino:
“Viva Quesnello e viva il santo amore!„ —
     “A noi le scole,„ dice il merdosello
Scolopio: "e chi più a noi farà la guerra,
Gesuiti parendo al gran mantello?„
     Così gli empi del cuor sensi disserra
L’invida turba, e gode e fa bordello;
Ma il gran nemico ancor non è sotterra.

Del 1774, un piccolo saggio delle due contrarie correnti si ha in questi epitaffi su Clemente XIV:

VENIT UT VULPIS (mendax)
REGNAVIT UT LUPUS (false)
MORTUUS EST UT CANIS (impie).

VENIT UT ANGELUS (a Deo)
REGNAVIT UT SALOMON (sapienter)
MORTUUS UT SIXTUS (ex veneno).

E molto spiritoso è un sonetto, in cui si finge che Niccola Bischi, odiato dai gesuitanti e dal popolino, e fatto bersaglio di mille satire, perchè era stato nelle grazie di Clemente e si era arricchito con l’ufficio di Commissario Generale dell’Annona, risponda così alli satirici:

     Ingegni mordacissimi e perversi,
Frenate ormai la lingua ardimentosa,
Chè sembra crudeltà pungere in versi
Un che alla fin v’ha canzonato in prosa:
     Mentre ad onta de’ carmi industri e tersi
E dell’arguta monippea famosa,
Siete nell’indigenza ognora immersi
E di moneto in povertà penosa.
     Il Principato io ressi e il Santuario;
E quasi ebbi il Triregno sulla chioma.
Senza nemmeno intendere il breviario.
     Ed or che ho l’oro accumulato a soma,
Sia propizio il destino o sia contrario,
Ho in c...il Papa, i Cardinali e Berna.