Pagina:Sonetti romaneschi II.djvu/73

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Sonetti del 1832 63


    spregio, si capirà facilmente, quando si ricordi che il conte di Sainte-Aulaire fu, per debito d’ufficio, uno degli esecutori principali di quella perfida politica francese, la quale dopo aver provocato per il proprio tornaconto la rivoluzione nostra del 1831, la lasciò miseramente soffocare dall’Austria, smentendo così la solenne promessa di far rispettare il principio del non intervento, alla quale gl’Italiani si erano cautamente affidati.]




LA VEDOVANZA.

 
     Jeri Lei1 me mannò da la sartora,
La scucchiona,2 la vedova de Muccio 3
Che un par de mesi fa jje morze4 fòra5
D’un carcio che jje diede un cavalluccio.
              
     Va6 cche ttu nun ciazzecchi?7 E ssissignora
Sta matta e nun z’è mmesso lo scoruccio? 8
Nun ze tiè accanto llì ddove lavora
Er grugno9 de lo sposo in d’uno stuccio?
              
     Lei piagne sempre sto marito santo.
O mmagna, o ddorme, o ffa la bbirba,10 o ccusce,
O entra, o esce, tiè in zaccoccia er pianto.
              
     Ma ttutt’oro nun è cquer c’arilusce,
Perch’io travedde in d’una stanzia accanto
Un letto granne co ddu’ bbelle bbusce.

27 gennaio 1832.


  1. La padrona.
  2. Di lungo mento, detto scucchia.
  3. Giacomuccio.
  4. Morì.
  5. [Fuori di casa e della città.]
  6. [Accorciamento della formola di scommessa: “Va uno scudo, che tu non ci azzecchi?„]
  7. C’indovini.
  8. Il bruno.
  9. Viso; il ritratto.
  10. Sta in ozio.