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Pagina:Sotto il velame.djvu/372

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350 sotto il velame


Ma nel terzo girone sono i violenti o bestiali contro Dio. Rei d’ira anche questi? Sì: e solo con intendere la violenza o bestialità per ira, si vede un nesso tra i peccatori del terzo e quelli degli altri due gironi. Invero diciamoli senz’altro violenti contro Dio, tali, con l’esempio di Capaneo, che volessero fare forza a Giove. In che Capaneo differisce dai giganti legati? Non si direbbe anzi che violenti fossero più presto coloro che menarono le braccia facendo “paura ai dei„?[1] Quando noi invece consideriamo che l’uno era dominato dall’ira, da quel peccato semiferino, e che gli altri, no, mettevano, contro gli dei, con la possa e il mal volere anche l’argomento della mente, e così o fabbricavano una torre o ingegnavano una battaglia coi suoi accorgimenti oltre che co’ suoi èmpiti e assalti; allora comprendiamo. Capaneo è peccator d’ira, e l’ira gli resta a sua pena. Già abbiamo veduto che Seneca parla d’un’ira “veemente e sprezzatrice di dei e d’uomini„.[2] Egli riferisce il fatto d’un Capaneo vero, fatto che mi pare impossibile non fosse conosciuto dal nostro. “Gaio Cesare... adirato col cielo, perchè i tuoni disturbavano i pantomimi... e perchè la sua festa era atterrita da fulmini (invero poco ben diretti!), sfidò a battaglia Giove, e senza quartiere, pronuziando quel verso Omerico: O tu me o io te. Quanta demenza! Egli credè o che nemmeno Giove poteva nuocere a lui o che esso persino a Giove poteva nuocere!„.[3] E codesta di Caligola è ira. Ira, per altro, che sembrerebbe avere un che di grande. Ma no, dice l’autore: non è grandezza quella,

  1. Inf. XXXI 95 seg.
  2. De ira I 2, 1.
  3. ib. 20, 8.