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Pagina:Sotto il velame.djvu/426

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404 sotto il velame


               ch’io ho veduto tutto il verno prima
               il prun mostrarsi rigido e feroce,
               poscia portar la rosa in su la cima;
               
               e legno vidi già dritto e veloce
               correr lo mar per tutto suo cammino,
               perire al fine all’entrar della foce.
               
               Non creda donna Berta o ser Martino...

Come non istupire della coincidenza con tutto quel ricredersi della cornice della gola? Ora il ricredersi è per il dono dell’intelletto, che guida la ragione speculativa a rettamente giudicare. Ma nella spera di Marte Cacciaguida descrive il tempo in cui Fiorenza “si stava in pace sobria e pudica„ e nessuna dismisura, che già per sè è ingiusta, e peggio diventa, la offendeva.[1] E come il martirio per la croce è l’opposto dell’amor di cosa che non duri, e perciò questa spera è il contrario del cerchio e della cornice dell’avarizia, e perciò quivi sono maledetti coloro che cambiano e mercano;[2] così è qui e là è sottinteso quel dono del consiglio, che guida la ragion pratica a giudicar bene delle cose terrene, governate da tale il cui giudizio è occulto. E qui Dante chiede e ha dal suo avolo il grande “consiglio„.[3]

E il dono della fortezza è nella giovial facella, in cui è quella gioia, quella consolazione, che è data in premio a coloro qui lugent. Qui tutto è letizia. I beati sono come augelli “congratulando a lor pasture„, e a forma d’uccello si dispongono, e questo uccello fa tali movimenti,[4]

  1. Par. XV 97 segg. 105.
  2. Par. XV 11, XVI 61.
  3. Par. XVII 104.
  4. Par. XVIII 74, XIX 34 seg. 92 seg. 73 seg.