Pagina:Stampa, Gaspara – Rime, 1913 – BEIC 1929252.djvu/55

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i - rime d'amore 49


LXXXV

Si torrebbe la vita, ma la trattiene Amore.

     Quando talvolta il mio soverchio ardore
m’assale e stringe oltra ogni stil umano,
userei contra me la propria mano,
per finir tanti omai con un dolore.
     Se non che dentro mi ragiona Amore,
il qual giamai da me non è lontano:
— Non por la falce tua ne l’altrui grano:
tu non sei tua, tu sei del tuo signore,
     perché dal dí, ch’a lui ti diedi in preda,
l’anima e ’l corpo, e la morte e la vita
divenne sua, e a lui conven che ceda.
     Sí ch’a far da te stessa dipartita,
senza ch’egli tel dica o tel conceda,
è troppo ingiusta cosa e troppo ardita.


LXXXVI

Piangano la sua fine le donne pietose.

     Piangete, donne, e poi che la mia morte
non move il signor mio crudo e lontano,
voi, che sète di cor dolce ed umano,
aprite di pietade almen le porte.
     Piangete meco la mia acerba sorte,
chiamando Amor, il ciel empio, inumano,
e lei, che mi ferí, spietata mano,
che mi vegga morir e lo comporte.
     E, poi ch’io sarò cenere e favilla,
dica alcuna di voi mesta e pietosa,
sentita del mio foco una scintilla:
     — Sotto quest’aspra pietra giace ascosa
l’infelice e fidissima Anassilla,
raro essempio di fede alta amorosa.