Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/136

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— Mi pare più semplice — intervenne Adelio — fissare i giorni delle lezioni salvo, da parte di Noris, la riserva di farvi avvertire ogni qualvolta non può o non vuole dare la lezione.

— Benissimo, — approvò la Fabbri, — se Noris accetta siamo a posto.

— Bisognerebbe, in tal caso, fissare un’ora tenendo conto dell’orario dei treni.

— No, caro signor Noris. Io verrò colla mia automobile: mi servirà di passeggiata.

— Abbiamo l’automobile, còcolo! — esclamò Ughetta con intenzione.

— Tanto meglio in questo caso.

— Dunque, — concluse la Fabbri lietamente, — la prima obbiezione sarebbe caduta. No?

Noris sorrise.

— Poichè voi siete tanto cortese!

— Benissimo. Fuori l’altra, adesso.

— L’altra è grave. Io non so di essere un maestro abile. Mi sono abituato a pilotare il mio apparecchio in un modo tutto mio. Un modo che non è certo quello consigliabile a un’allieva.

— E cioè?

— La prima cosa da raccomandare a una neofita è certo la prudenza, e io non ne ho.

— Benone. Siete il mio maestro ideale. Io, detesto la prudenza.

— Purtroppo! — entrò a dire la Marinka, — ne sappiamo qualche cosa. Stamattina, partendo da Genova, era lei al volante. Per poco, nello svolto della Lanterna non siamo andati a finire sotto il muraglione.

— L’abbiamo vista brutta davvero, — confermò Rolla.

Ughetta commentò:

— Sfido, io! andava come il fulmine! non si vedevano nemmeno le case: pareva di correre fra due muraglioni grigi.

Minerva Fabbri sorrideva:

— Ho dovuto cedere il posto ad Adelio, — ella disse, — altrimenti le signorine ricusavano di proseguire.