Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/150

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Fu tutto.

Felice di aver stornato la tempesta, Ugo domandò con tutta la sua trovata disinvoltura:

— Mi cercava?

— Sì, volevo chiederti se non è ancora arrivata la posta.

— Eccola.

Indicò un fascio di lettere e di giornali deposti sopra un banco nel capanno.

— Stavo per venir su a portargliela io....

— Tu, — comandò Noris, — preparati ad andare a Genova.

— Stamattina?

— Subito.

— Benissimo.

Rimasto solo hel capanno, Noris vi si rinchiuse. Voleva esser solo per qualche istante fin che si fosse dissipato il senso di tedio che lo teneva. Che cosa gli turbasse lo spirito non sapeva bene ma certo pel momento era smarrito il suo meraviglioso equilibrio interiore e offuscata la sua serenità.

Da che proveniva il disagio? Dal sole di marzo che brillava fuori già caldo, già intenso di profumi, risvegliando tutti i fermenti, quelli della terra e quelli del sangue, o dalla scoperta fatta nel capanno?

Non si soffermò a ricercare.

Come sempre soleva fare quando dentro sentiva qualcosa ridestarsi o lagnarsi o sognare, cercò un’occupazione che assorbisse tutte le sue facoltà e non lasciasse più campo al vagabondaggio fantastico.

Ma lavorare era difficile adesso. Anche i progetti e i preparativi di Noris subivano in quel momento una forzata pausa d’attesa.

Certo l’aviatore aveva il suo sogno accarezzato durante tutto l’inverno, preparato, per la attuazione, con tutta la possibile accuratezza, ma non soltanto da lui dipendeva l’attuazione di quel sogno e il giovane ingegnere che era diventato il suo grande collaboratore doveva appunto arrivare in quei giorni per intendersi con Noris