Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/223

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l’azzurro, vi si disegnavano immobili indicando al velivolo il punto dove finalmente, finalmente avrebbe potuto atterrare e riposare.

In tutti, l’impazienza diventava orgasmo. Il telefono era preso d’assalto: l’ufficio telegrafico improvvisato in un baraccamento elevato dentro il recinto, era gremito di corrispondenti che giuocavano d’astuzia per assicurarsi il primato nel servizio.

Finalmente, alle quattro precise, il commissario che stava al telefono annunziò che l’aereoplano avanzava al disopra della baia.

Minerva Fabbri e Ugo si slanciarono fuori sollevati da un impeto irrefrenabile.

Un agente di polizia volle fermarli. Essi mostrarono impazienti il lascia-passare del Comitato e Ugo aggiunse anche con orgoglio:

— Io sono il suo meccanico!

— Bene, — fece quello, — ma la signorina?

Ugo non rispose: era già lontano e Minerva lo seguiva non così distratta però da non udire la voce di un individuo che ella non conosceva, un giornalista, forse, o un commissario, dire all’agente:

— La signorina è la piccola amica di Ettore Noris!

Il gesto di saluto deferente che l’agente le rivolse andò perduto, ma l’insolenza dello sconosciuto venne raccolta dalla fanciulla e senza ira.

Davvero supponevano quello? Ebbene, non gliene importava nulla in quell’ora. Soltanto l’idea balenatale a un tratto che anche Noris fosse venuto a conoscere quella supposizione balorda, le diede un senso di sgomento. Se Noris ne fosse rimasto seccato? I termini si invertivano nel giudizio della bizzarra fanciulla. Lo insospettato doveva essere lui, l’eroe che di tanto sovrastava alla comune degli uomini per tutte le sue virtù d’eccezione.

Non era diminuirlo, supporgli le debolezze della comune degli uomini?

Questo pensiero stava già diffondendo una leg-