Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/225

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Era vero. Noris aveva descritto un ampio giro al disopra delle tribune e adesso, avvistata la linea di atterramento, calava con un volo piano diretto con un’abilità che era il risultato di un ultimo sforzo sovrumano.

Avvertì ancora il sobbalzo che la macchina diede urtando la terra, l’urlo e insieme la visione vaga della folla in delirio, la voce di Ugo che lo chiamava e, come in sogno, gli occhi di Minerva Fabbri pieni di sorriso e di lagrime.

Poi, più nulla.

Dovettero toglierlo di peso dalla macchina e trasportarlo come un morto.


III.


Un giornale illustrato aveva pubblicato fra le tante fotografie che si riferivano all’arrivo dell’aviatore e ai festeggiamenti solenni che gli erano stati fatti poi, tre giorni dopo il suo arrivo, quando Noris, riavuto e riposato era stato in grado di assistervi, anche il ritratto di Minerva Fabbri con queste parole:

«La bella amica dell’aviatore venuta ad attenderlo a New-York.»

Noris, che aveva provato un trasalto e un impeto di sdegno alla lettura di queste parole, aveva nascosto il giornale nella speranza di sottrarlo agli occhi della fanciulla. Invece, quella mattina, entrando nella sala di lettura dell’Hôtel dove insieme ad Ugo e a Minerva egli aveva preso alloggio, ebbe la sorpresa non lieta di vedere la Fabbri, che a quell’ora era la sola ospite della sala, intenta proprio a osservare quel giornale e assorta nella lettura della stupida leggenda apposta alla sua fotografia.

Noris, che si aspettava di vederla sollevare il viso irato e sdegnoso, fu non poco sorpreso quando vide che la fanciulla, appena accortasi