Pagina:Steno - La Veste d'Amianto.djvu/253

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 247 —

IV.


L’indomani, Minerva Fabbri partì. Il suo commiato da Noris fu semplice e cordiale, quasi gioconda la sua partenza. Era felice d’andarsene perchè andandosene doveva significare, per lei, guarire, perchè le pareva che appena avesse messo piede sul vapore vi avrebbe ritrovato la pace e la liberazione. L’impressione durò fin che durò l’attività necessaria per assestare e disporre le Sue cose per la traversata: poi, colla disoccupazione tornò la meditazione e con questa la malinconia.

Di essersi troppo presto rallegrata si accorse quando si avvide del vivo bisogno di solitudine che la teneva. Fuori di tavola, sfuggiva qualsiasi compagnia: saliva sul ponte e là si appartava a contemplare il mare, a popolare lo spazio dei fantasmi che la sua fantasia accarezzava e se qualcuno saliva a disturbarla colà, si rifugiava nella sua cabina e vi rimaneva ore ed ore sdraiata sul letto, cogli occhi assorti, pensando.

Questo atteggiamento del suo spirito era così insolito, corrispondeva così poco al bisogno di attività e di distrazione, che era caratteristica del suo temperamento, che la fanciulla se ne impressionò. Ahimè, il male esisteva davvero, dunque, ed era assai più grave di quanto ella avesse creduto se il pensiero di Noris la seguiva, anche lui lontano, se il suo fantasma l’accompagnava sul mare e mai le dava riposo.

S’era dunque illusa quando aveva creduto d’aver trionfato del pericolo, d’aver dissipato il fascino che la teneva come in un cerchio magico?

Invano cercava di ravvivare l’impressione negativa prodotta su di lei dall’ultimo discorso di Ettore Noris: non la trovava più.

Sentiva soltanto che la sua presenza le man-