Pagina:Storia degli antichi popoli italiani - Vol. I.djvu/114

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54 CAPO III.

Sì tenacemente il cittadinesco orgoglio, generatore d’altere pretensioni, ne assume all’uopo anche la difesa. Chè pur troppo hanno le repubbliche, per soverchio entusiasmo, condiscendenti istoriografi come i regnanti. L’esempio dei Romani fu di leggieri imitato dai loro socj italici, allora che trascurate, e quasi perdute con la libertà ne’ discendenti le memorie degli avi, tutto incominciarono a ripetere o dai Troiani o dai Greci, per consolatoria visione di passate glorie. Questa folle vanità di cui furon presi di rinunziare senza rispetto ai loro padri indigeni, per ricercarli lontanamente fra gli estranei, fece sì, che già prima d’Augusto, come cantano i poeti, ogni popolo, ogni municipio, ogni terra, con licenza pari d’antichità, volle per se il titolo di qualche genealogia eroica: quasi come se priva di cotesto domestico vanto ciascuna città nostra dovesse parer sempre barbarica. Chè di già i Romani fin dall’età di Catone, aveano appreso dai Greci, ed insegnato ai nostrali d’Italia, a chiamar barbari coloro per cui erano essi stessi originati, e venuti in vigore1. Non per questo però mancavano neppure in Roma scrittori, che riprovassero altamente sì fatta corruzione delle storie. Sempronio Asellione, che intendeva bene qual differenza passa tra il cronista e l’istorico, non acconsentiva per fermo a tanta depravazione.2. E Plinio in tra gli

  1. Cato ap. Plin. XXXIX. I.; Tib. Gracchus ap Cicer. De Nat. deor. II. 4.; Plaut. in Captiv. 4. V. 101-104.
  2. Id fabulas pueris est narrare, non historias scribere. In Rerum gestarum ap. Gell. V. 18.